martedì 13 marzo 2018

DALLA SCULTURA ALLA DANZA

Domenica, dieci e trenta del mattino, il ritrovo è presso l'atelier della scultrice Nada Pivetta, in zona Greco a Milano. Era un'idea che bussava già da tempo, quella di proporre un laboratorio coreografico sul lavoro di Nada. Ci conosciamo da tanti anni ormai e ho sempre amato le sue opere, le sue forme e la curiosità di scoprire materiali diversi, dal legno, al bronzo, alla ghisa, per poi tornare alla leggerezza della ceramica.

Sotto la pioggia battente ci sono otto persone curiose, che non sanno bene cosa aspettarsi. Con fiducia hanno accettato la proposta di dedicare la giornata a un'esperienza artistica che non si limita a percepire con tutti i sensi ma inviterà a mettersi in gioco attraverso l'espressione corporea.
Non sapere cosa succederà mi emoziona, come un bambino smanioso di conoscere cosa contenga il pacchetto che sta per scartare.
Nada ci accoglie sorridente nel suo laboratorio. E' la zona di lavoro, con tavoli di legno e gli attrezzi del mestiere. E' la zona creativa ma anche quella della fatica fisica di un mestiere il cui risultato spesso fa dimenticare agli occhi di chi lo guarda il sudore che c'è dietro. 
Prima di oltrepassare la porta a vetri che separa il laboratorio dalla parte espositiva, consegno ai partecipanti un piccolo taccuino, dove annotare tutto ciò che, per usare una bella espressione di mio marito, non attraversa, ma in qualche modo o per qualche ragione, che non è importante specificare in questo contesto, si ferma dentro di noi. 
Il nuovo ambiente è molto diverso dal precedente: qui sono esposte con cura opere di varia grandezza e la bella vetrata che dà sul giardino condominiale cattura lo sguardo anche in questa buia gio
rnata di pioggia. Un semicerchio di sedie, piacevoli sorsi di una calda tisana, e in breve tempo veniamo rapiti dal racconto di Nada, che ci introduce il suo lavoro in modo intimo e personale, con l'entusiasmo e la fierezza di chi ha lottato per arrivare dove è oggi. Ci svela le sue tematiche ricorrenti, il desiderio di volare con piedi pesanti che non riescono a staccarsi da terra, per il timore di cadere, come Icaro, che per lungo tempo ha voluto rappresentare. Nelle sue opere la leggerezza sta all'interno, dove il vuoto crea respiro, assenza che dà il senso alla presenza. L'idea la porta a sperimentare materiali, a scoprire, anche casualmente, in una continua ricerca di forma ed espressione.
Nada parla di pensieri creativi ma anche delle difficoltà tecniche per realizzarli. Si ferma, cerca le parole più adatte per esprimere l'astratto, poi si sofferma a raccontare di quando trasportava il legno tagliato dagli alberi sul carretto, dal Parco Sempione a Brera, o di ciò che avviene in una fonderia. Affascinante la diversa relazione tra l'artista e la materia. Quella che si lascia trasformare e quella a cui bisogna togliere. Mi colpisce la frase "il legno sta". E nel suo stare c'è la trasformazione continua di una materia viva che il tempo lentamente continua a modificare. Alcuni materiali necessitano di scelte decise che negano la possibilità di cambiare idea o di fare errori.
L'esperienza continua attraverso il tatto. Non capita tutti i giorni di poter toccare delle opere d'arte, seguendo con il palmo della mano le sue linee, godendo delle differenti sensazioni che offrono superfici diverse.
Centrale e costante rimane il tema della dualità attraverso una serie di opposti: il pieno e il vuoto, la staticità e il dinamismo, il maschile e il femminile, il peso e la leggerezza. Questi i temi che emergono quando il gruppo, nel pomeriggio, si sposta nella sala danza di Via Leopardi, dove il laboratorio ha inizio con una tavola rotonda.

Le parole suggeriscono forme ed esperienze su differenti qualità del movimento. Il gruppo è composto da persone adulte, per la maggior parte non abituate a lavorare con l'improvvisazione. Per la prima volta si trovano senza nulla da memorizzare attraverso l'imitazione e senza stimoli musicali. Lanciarli nell'improvvisazione sul silenzio sarebbe come buttare un bambino in una piscina senza salvagente. E' anche questo un modo per imparare a nuotare ma ricordo fin troppo bene il giorno in cui mi è stato chiesto per la prima volta di improvvisare, dopo tanti anni di danza. E' molto più facile per chi non ha mai danzato in vita sua o per i bambini (e non è un caso che i maschi siano più liberi nei movimenti delle femmine). Per esperienza personale so che so che sto accompagnando il gruppo in un passaggio delicato, che non voglio forzare. Per questo scelgo di utilizzare lo specchio, al quale siamo abituati, e di essere molto presente, mantenendo una dimensione corale di con-creazione. Lentamente il gruppo entra nel gioco di lasciare che il corpo si esprima e come in un collage, uniamo le diverse proposte dell'uno e dell'altro, ripetiamo dall'inizio la sequenza, levighiamo, trasformiamo. Procediamo con il divertimento di chi infila una perlina dopo l'altra, scegliendola con cura, ma senza troppa fretta di scoprire come verrà la collana. Li invito a sperimentare con il corpo, ad osservare dove i movimenti nascono e finiscono, affinché le proposte siano il più possibile scoperte corporee e meno schemi di movimento già noti alla nostra mente. 
Giunti agli opposti "pieno/vuoto" li invito a sperimentare in coppia, a riempire gli uni i vuoti dell'altro e viceversa. Mi fermo ad osservare perché ora la mia presenza corporea non è più necessaria e nemmeno lo specchio. Li vedo giocare e li sento ridere. La libertà di muoverci ci fa tornare bambini. Le sequenze che ogni coppia crea sono bellissime, mi divertono e mi emozionano. Il finale è corale, lavorano sulle "pelli" di ceramica che l'artista ha scoperto ricoprendo forme di gesso con l'argilla. Refrattaria al gesso, ha fatto scoprire a Nada un procedimento nuovo. Provando a tagliare la "pelle" da un lato, si apre creando forme bellissime anche casuali, che smaltate danno vita a originali opere di ceramica. Nella casualità della forma c'è il tema del "lasciar andare". Anche il gruppo di lascia andare a movimenti sempre più spontanei e autentici.
Terminata la coreografia, finalmente arriva la musica. Sperimentando musiche differenti, ci accorgiamo che nonostante molte siano appropriate non sono necessarie, perché i nostri movimenti hanno una struttura indipendente. La scelta cade su un brano di Vivaldi tratto da "La Stravaganza".
Il lavoro è terminato. Due ore di laboratorio coreografico per due minuti di coreografia. Una durata brevissima che racchiude in sé un percorso ricco di contenuti, di fatica, di creatività, esperienze, scoperte ed emozioni. Un'opera d'arte in movimento, che come ogni opera d'arte è scrigno di segreti nascosti all'occhio di chi osserva.

2 commenti:

  1. Complimenti Serena per le tue proposte artistiche cosi semplici e libere

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    1. Grazie di cuore. Da sempre la danza mi rende libera e il condividere ciò con il maggior numero di persone possibile mi rende felice. La danza è di tutti! :)

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