venerdì 16 giugno 2017

"LA DANSEUSE", UN'OCCASIONE MANCATA PER PARLARE DI LOIE FULLER

Quando si hanno troppe aspettative sull'uscita di un film, il rischio spesso è quello di rimanerne delusi. E' il caso di "La danseuse" (tradotto in italiano con "Io danzerò") della regista francese Stéphanie Di Giusto, che, come ha raccontato prima della proiezione, ha voluto sapere chi fosse Loie Fuller incuriosita da una foto d'epoca che la ritraeva nella sua "danza serpentina", decidendo di dedicarle un film. Il risultato è, tanto per fare un paragone su un argomento più conosciuto, come se un regista vedesse una foto di un calciatore noto a tutti gli appassionati del pallone tranne che a lui e decidesse di raccontarlo in un film. Morale: "io danzerò" non parla affatto di danza, o peggio, ne parla, con tutti gli stereotipi che da "Scarpette Rosse" fino al "Cigno Nero" hanno da sempre dipinto la danza sul grande schermo.
Il primo è la sofferenza. Nel film il lavoro della Fuller, oggi nota per i suoi studi anticonvenzionali sul movimento e le rivoluzionarie intuizioni sull'utilizzo della luce che hanno cambiato il modo di illuminare gli spettacoli teatrali, è molto incentrato, troppo, a mio parere, sullo sforzo fisico e le sue conseguenze. La Di Giusto ci mostra una Fuller (interpretata dalla cantante francese Soko) transfigurata dalla sua danza, perennemente immersa nel ghiaccio per sopportare il dolore di un enorme sforzo fisico, con gli occhi iniettati di sangue a causa dell'esposizione alla luce artificiale.
Il secondo stereotipo è quello della danzatrice come figura pronta a tutto pur di arrivare. Ed ecco entrare in scena Isadora Duncan, interpretata da Lily Rose Deep. La scelta dell'attrice, minuta e bellissima, là dove si sa che il successo di Isadora non fu dovuto certo alla sua bellezza estetica, si contrappone alla mascolinità di Loie. Al termine del film la regista (nella foto, al Cinema Eliseo), che improvvisamente sembra interessata alla verità del racconto biografico, ci ha tenuto a precisare che l'omosessualità della Fuller è documentata. Peccato che nel film se ne serva per ridurre l'incontro tra Isadora e Loie a quello tra una seduttrice meschina e approfittatrice e un'adolescente invaghita, che arriva a dubitare delle proprie capacità artistiche.
Ma gli stereotipi ancora non sono finiti. La Di Giusto introduce nel film - precisando che si tratta di un personaggio di fantasia che vuole rappresentare la Belle Epoque - un conte squattrinato che trova sollievo nell'etere e nel sesso, con un prevedibile tragico finale. Se pensiamo che la Fuller fu ammirata dai più illustri intellettuali dell'epoca, da Debussy a Rodin, Mallarmé e persino dai coniugi Curie, forse anche il personaggio del conte, è un po' riduttivo.
Si salvano, a mio parere, le scene in cui Soko ripropone la danza per cui la Fuller ancora oggi è famosa ma alla fine del film rimane la curiosità di scoprire chi fosse. Peccato, farlo al cinema sarebbe stata una bella occasione!

Per approfondire:
L. Fuller, "La luce e la danza", saggio contenuto in "Donne e ballo", a cura di D.Bertozzi, Savelli ed.
L. Fuller, "Una vita da danzatrice", Dino Audino ed.



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