martedì 20 dicembre 2016

LO SPAZIO IN CUI LE PAROLE NON SERVONO

Una delle esperienze che amo di più quest'anno è un percorso di danzamovimentoterapia che conduco con un piccolo gruppo di bambini tra i 3 e i 4 anni, nello spazio accogliente di un centro olistico appena fuori città. 
Ciò che sta rendendo per me davvero speciale questa esperienza è stata la decisione di provare a togliere completamente l'uso della parola. Questo non significa imporre ai bambini di non parlare, zittendoli inutilmente ogni volta che aprono bocca, ma mostrarmi in una modalità, quella dell'ascolto giocoso, che i piccoli possono provare a imitare.
Non parlare ci invita in primo luogo a metterci in contatto con noi stessi, a trovare nuove possibilità espressive, ad ascoltare la musica, a osservare di più, a muoverci in modo autentico, a vivere le emozioni del 'qui e ora'. 
In questo luogo, i bambini scelgono di giocare da soli o di relazionarsi con gli altri attraverso stimoli musicali e materiali di vario genere, sono liberi di muoversi senza che nessuno dica loro cosa devono fare. A volte si muovono imitando gli altri, altre volte inventano giochi con quello che lo spazio offre, girando intorno alle colonne o nascondendosi dietro la tenda.
Credo sia importante per i piccoli avere uno spazio in cui tutto è concesso, anche litigare per la copertina rossa, o sedersi dietro la colonna quando ci si sente offesi; uno spazio non organizzato ma comunque protetto. Questo non significa lasciare che i bimbi si azzuffino e se la sbrighino da soli ma provare ad intervenire in modo diverso dal consueto. La mia sfida consiste proprio in questo: esserci attraverso il corpo, lo sguardo e il contatto accogliente, se il bambino lo cerca. 

Personalmente ritengo che le difficoltà di attenzione che oggigiorno si riscontrano a scuola siano dovute ad un mondo di stimoli eccessivi, tra cui tante parole in eccesso che rischiano di perdere il loro significato. Nelle classi scolastiche mi capita di assistere a conversazioni tra sordi - che d'altra parte è quello che vediamo alla tv - senza alcun rispetto per i tempi di ascolto. I bambini imparano ciò che gli adulti fanno, non quello che dicono loro di fare. Ultimamente sto riflettendo molto su questo punto e mi rendo conto di quanto spesso io per prima pretendo dai miei figli ciò che non sempre offro loro con il mio esempio. 
Un tempo c'erano luoghi in cui si era invitati a non parlare, seguendo l'esempio degli altri: nei musei, a teatro, ai concerti di musica classica e anche nei luoghi di culto. Oggi questo rispetto per il silenzio in generale è diminuito da parte degli adulti, ma credo sia comunque importante portare i bambini in questi luoghi, per mantenere viva la loro sensibilità, intesa come capacità di usare i sensi.

La direzione del mio lavoro futuro è questa: dare più spazio al nostro essere corpo senza troppe aspettative e l'obbligo di mostrare ciò che non siamo. Ancora una volta il limite - in questo caso il non parlare - può rivelarsi come la possibilità creativa di scoprire un linguaggio espressivo primordiale più profondo ed intenso, vivo e autentico. Come scrive Gillian Hobart in un interessantissimo volumetto sul metodo che porta il suo nome: "il corpo è nel contatto con noi stessi, con la terra, con gli altri e la danza è un mezzo per trovare e mantenere questo contatto".
La mia strada da percorrere è ancora lunga ma con i bambini, piccoli corpo-cuore - non è difficile. Ora sogno di raggiungere l'utenza adulta, quella che sostiene di non saper danzare, ma come scrive ancora la Hobart "per vedere una strada diversa bisogna essere disposti a scostare le tende dalla finestra".






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